Mi si potrebbe imputare, a volte, di parlare molto di Kierkegaard, di cantarne le lodi, quasi di adularlo, senza concretizzare mai questa lode in qualche cosa sull’amato filosofo. Spesso inoltre, e questo riguardo la persona di Kierkegaard, gli è stato criticato l’hegelismo, o la scarsa teoresi – a favore, questo mi si conceda, di una poesia dolce che nessun Nietzsche né alcuno mai ha dato né darà.
Propongo dunque, una volta tanto, e non un’ultima né prima volta, un piccolo scritto, che non ha pretesa filologica, né tantomeno vuole presentare chissà quale eretica teoria. Schleiermacher ci ha insegnato che un’interpretazione giusta di un testo non esiste. Questo testo può sembrare assurdo, può sembrare contrario al pensiero kierkegaardiano, o può sembrarne una descrizione perfetta. Rimandando all’ultimo paragrafo, premetto ai “miei pochi lettori”: non importa, come interpreterete. Si muovesse al canto anche una sola anima, tanto sarebbe splendido.
Søren Kierkegaard
La malattia mortale (Sygdommen til Døden)
ed. it.: apud Newton & Compton, Roma, 2004; Comunità, Milano, 1965 - nella traduzione di Meta Crossen
ed. it.: apud Sansoni, Firenze, 1965 - nella traduzione di Cornelio Fabro
Invito alla lettura e proposta d'interpretazione
Fr. 1: “L’uomo è spirito. Ma che cos’è lo spirito? Lo spirito è l’io. Ma che cos’è l’io? È un rapporto che si mette in rapporto con se stesso”
Fr. 2: “Nel rapporto fra due elementi, il rapporto è il terzo come unità negativa.”
Fr. 3: “Se invece il rapporto si mette in rapporto con se stesso, allora questo rapporto è il terzo positivo, e questo è l’io”
Il fr.1 costituisce quello che per Kierkegaard è una sorta di minimum irriducibile, ossia il concetto della spiritualità. L’uomo, al di là di qualunque dimostrazione e – con una terminologia della critica recente, che in modo pur anacronistico rende ottimamente il concetto – al di là del bene e del male, è spirito. Su questo primissimo punto, l’interpretazione si può snodare in due sensi. In primo luogo, un’analisi affatto semplice lascia comprendere che l’uomo, non essendo semplice materia, non essendo semplice empiricità, possiede un secondo strato, il quale s’identifica con l’anima – la spiritualità: lo spirito. Una seconda analisi vuole che si tenga conto di ciò che senza dubbio influenzò il pensiero di Kierkegaard: la dialettica hegeliana. Non definiremo i concetti hegeliani di spirito e proposizione speculativa, qui necessarî: in modo forse pretenzioso, li considereremo presupposti, e inizieremo a svolgere l’analisi.
A prescindere da Hegel, in questa sede è indispensabile procedere nella lettura: il frammento c’informa del fatto che lo spirito è l’io, e questo non desta affatto stupore – ma l’io è il rapporto che si mette in rapporto con se stesso.
Il fr.2 presenta il primo scoglio di difficoltà interpretativa: la definizione del terzo come unità negativa. Ora si pensi alla dialettica hegeliana (che applicheremo in senso lato, per chiarificare il concetto kierkegaardiano): io e non-io sono in rapporto. Questo rapportarsi dell’io al non-io costituisce strettamente una sintesi pur involontaria di questi due concetti, i quali rientrano in un nuovo io (i.e.: la soluzione binomiale di rapporto [io|non-io] costituisce il nuovo io), al quale a sua volta si oppone un non-io. Questo processo chiaramente è recursivo, all’infinito. Su un concetto più o meno simile si basa la proposizione speculativa hegeliana, base della dialettica. Kierkegaard parrebbe della medesima opinione. Osserviamo ora che il rapporto è tuttavia visto come “il terzo come unità negativa”. Unità negativa significa, in questa sede, strettamente non-positiva (cioè non dotata della capacità di porre). La negatività di questa unità si può desumere, senza scendere in vani sforzi teoretici che lo stesso Kierkegaard era solito aborrire, dal negativo che muoverà il processo successivo di recursione. In sostanza, questo terzo negativo (si abbandoni ora l’esempio precedentemente sfruttato, a favore dell’unione, e.g.: di “anima e corpo”, favorita dal filosofo), nonostante abbia le caratteristiche apparenti dell’io, non è ancora un io. Anima e corpo non sono ancora spirito.
Il fr.3 ci informa che il vero rapporto costituente l’io è il rapporto che si mette in rapporto con se stesso. Questo passo teoretico è fondamentale, ed è uno dei più limpidi della filosofia kierkegaardiana. Qui è necessario recuperare il concetto già esposto in qualche vecchia trattazione, perché la somiglianza di questo rapporto assoluto con l’assolutamente altro è radicale. Il terzo positivo, cioè quel terzo che dà veramente origine ad un io spirituale, deriva dall’assolutezza. Il rapporto, che si rapporta con sé stesso, non è più il semplice binomio (anima|corpo), dove le parentesi sono il segno grafico del rapporto ossia terzo negativo. Il terzo positivo è il rapportarsi al rapporto (anima|corpo). Tuttavia, si centri l’attenzione sul fatto che esso è terzo positivo: non quarto. A rigore, il rapporto ad un rapporto dovrebbe essere un quarto, i.e.: [ x | (anima|corpo) ], dove le parentesi quadre rappresentano appunto questo quarto. Tuttavia, ci sarebbe la necessità di questa incognita x in quanto elemento del rapporto e, sempre a rigore, questo rapporto sarebbe un quarto negativo. Si cadrebbe, in somma, in quello che erroneamente si è ravvisato in un “Kierkegaard interprete di Hegel”. Kierkegaard invece, nel suo linguaggio così poetico e dolce, da artista vero, raffina Hegel e lo supera su strada sericea, anticipando perfino il suo novecentesco interprete: Heidegger.
Il cuore del ragionamento sta nel concetto di terzo positivo. Il rapporto al rapporto (anima|corpo) è sempre un terzo, ma dalle caratteristiche affatto superiori: esso infatti pone. Ora si chiarisce senza dubbio cosa s’intendesse con rapporto positivo: il prendere coscienza, l’anima e il corpo coscienti del loro rapporto. Questo è l’io, questo è spirito. Ma ancora sul rapporto, chiarificandone il carattere di assolutezza.
Ci dev’essere concessa una breve introduzione, la quale potrebbe sembrare circuire il concetto, ma in realtà tenta soltanto di scavare più a fondo. La malattia mortale è la disperazione. La disperazione deriva dal fatto che l’uomo, in quanto tale, è portato al peccato. Il punto focale del peccato umano è la volontà, ciò che rende schiavi. La schiavitù delle passioni è un concetto quanto mai antico, ma vogliamo comunque che il lettore faccia mente locale sulle concezioni passate, per poter meglio intendere Kierkegaard. La disperazione sorge – senza entrare nel merito dei tipi di disperazione, che per quest’analisi ci sembrano, quanto mai, superflui – dal disperatamente volere, in generale. La negatività eventuale di questo volere non inficia il concetto, poiché ogni negazione è in realtà affermazione dell’opposto – segua. La volontà in quanto fonte inestinguibile di desiderio ci porta ad un effetto di caduta (bellissimo l’esempio favorito da Kierkegaard, il quale richiama contemporaneamente la caduta in un baratro, e la stessa “caduta” alla quale ci si riferisce con la locuzione “creazione e caduta”, ossia la caduta di Adamo, diventato schiavo del peccato a causa appunto della sua incapacità di dominio verso la volontà). Percepiamo dunque il nostro cadere, il nostro degenerare, ma non riusciamo a vedere la fine del baratro – allo stesso modo nel quale vogliamo, e vogliamo volere, e ci accorgiamo del fatto che non finiremo mai di volere, lo sappiamo, ne abbiamo empirica percezione, tuttavia non riusciamo a vedere il fondo di questo immenso baratro, che ci accoglie, ci spaventa, ci abbraccia, ci stritola, ci ama, ci uccide.
Ponendo mente all’esempio sopra citato, proponiamo una visione forse non canonizzabile del pensiero kierkegaardiano, la quale può comunque ritenersi, a nostro avviso, degna di attenzione. Il rapporto (anima|corpo) è stato precedentemente enucleato. Altrettanto ora: sul rapporto (uomo|Dio). Come è detto, il rapporto assoluto all’Assoluto consiste nel rapportarsi a Dio. Si ha che Dio è l’Assoluto, il totalmente-altro, l’Eterno stricte. Ora, la percezione del baratro ci dà, nell’esistenza nostra umana limitatissima, una sensazione d’infinito che possiamo soltanto dire di avere, che non riusciamo a spiegare né esattamente a descrivere. La nostra volontà è l’indice dell’infinito che si presenta, come baratro. Ci sembra, che questa percezione dell’infinito si possa paragonare al rapporto (uomo|Dio) in quanto terzo negativo – è essa stessa infatti una percezione dell’infinito per via negativa. Negativa, perché sappiamo di cadere, sappiamo di volere, sappiamo di volere all’infinito. Percepiamo vagamente (o addirittura non percepiamo, poco cambia) l’inizio di questo nostro volere. Non ne vediamo la fine – sappiamo solo quando non-è-la-fine, cioè sempre: sempre vogliamo. Il termine infinito (che non abbiamo messo tra gli attributi di Dio, n.b.) è qui inteso in senso specifico, come “privo di fine”, al di là del fatto che sia dotato d’inizio. Eterno invece è – ogni lettore non faticherà ad ammetterlo – ciò che non ha inizio e non ha fine, strettamente contemporaneo. Dell’eterno, in ogni momento, si è detto troppo.
Cadendo nel baratro non ne percepiamo in alcun modo il fondo. Qui nasce la malattia mortale, la disperazione, e l’inquietudine del pagano che si tormenta, invece d’imparare dai gigli di campo. Il crollo, la krisis, la fine. La malattia mortale consiste nel morire la morte: ci si ammala sempre più, si soffre sempre più, la condizione peggiora ogni volta, mai si placa, eppure non si muore. Chi teme di morire non sa, che la malattia più grave non è nel corpo ma nell’anima: quando la malattia arriva a morire la morte, o l’uomo ha fede, o “è perduto”. Tematizzato questo rapporto come terzo negativo, ascendiamo verso il terzo positivo.
Il salto nel vuoto, oltre il vuoto, è l’atto per l’assurdo. Assurdo in virtù dell’assurdo, solo per grazia di esso. Salto della fede. Procedendo nell’interpretazione forse eretica: il terzo positivo si rappresenta come appunto il mettersi in rapporto con il rapporto precedentemente nominato. Chiaramente non possiamo sperare di rapportarci al rapporto (uomo|Dio) dalla parte di Dio, poiché ciò è teologicamente e teoreticamente poco valido, e inoltre – kierkegaardianamente – è bestemmia. Però, in ottica umana, è possibile prendere coscienza del rapporto (uomo|Dio), e tentare il paragone al rapporto assoluto all’Assoluto. Quando prendiamo coscienza del nostro rapporto con Dio, lo stadio del terzo positivo che raggiungiamo è assoluto, ossia privo di legami, inibito (ma senza inibizione!) a diventare un quarto negativo, proprio perché non-inerente. Riusciamo insomma a preparare in questo modo il salto della fede, proprio prendendo coscienza del fatto che il rapporto negativo, che ci fa sperimentare in certo modo l’infinito, non è altro che sintomo della nostra volontà, e non è che un misero pezzetto del nostro possibile rapporto con Dio. Possiamo dunque preparare il salto alla luce della positività di questo terzo, ponendoci nell’ottica esternamente interna del rapporto assoluto (positivo) con il rapporto negativo – mi si perdoni l’esposizione ossimorica, ma mi pare la più chiara e legittima – e dunque volgere lo sguardo non più all’infinito, ma all’Eterno.
L’Eterno che ora ci permettiamo di guardare (e non è bestemmia, poiché lo sguardo è quello della fede), esige di non essere un termine di rapporto. Come avevamo spiegato sul rapporto positivo (anima|corpo) in precedenza, la dialettica hegeliana porrebbe il grave problema, nella sua recursività, di una nuova “x” da introdurre, ad un certo punto. Ma questo, per Dio, è bestemmia. Dio non è termine di un rapporto, Dio non è soluzione, né causa, né rapporto. Noi possiamo, al massimo, tentare un rapporto con lui, ma questo rapporto dev’essere assoluto, perché è un rapporto all’Assoluto. Dunque, si tratta dello stesso tipo di rapporto (che non abbiamo schematizzato graficamente poiché esso, come ormai dev’essere chiaro, rifiuta per trascendimento ogni schematizzazione grafica) che si istituisce come terzo positivo in qualunque situazione. Eccetto il fatto che, essendo qui esso rapporto con l’Assoluto, non si tratta nemmeno più di un terzo positivo, ma di un terzo positivo assoluto, che respinge quindi la definizione di terzo – perché il terzo prevede il primo e il secondo come termini del rapporto. Ora, il rapporto positivo assoluto, alla luce di quanto precedentemente detto, può essere un punto sul quale focalizzare l’interpretazione per meglio intendere il rapporto assoluto all’Assoluto come negli scritti di Kierkegaard. Tuttavia, e questo in maggior gloria, solo la lettura delle narrazioni, degli esempi semplici ma straordinari, e di ogni piccola frase rende esattamente il pensiero kierkegaardiano. La teoresi, rifiutata dal filosofo della fede, non è stata rifiutata per caso: essa può essere senza dubbio un mezzo (e qui abbiamo tentato l’approccio teoretico). Tuttavia il rapporto assoluto all’Assoluto si attua altrimenti. Già dire “rapporto assoluto all’Assoluto” è aver esagerato nella teoresi. Poiché il metodo migliore per tentare questo rapporto è il folle volo, il salto della fede, il sacrifico d’Isacco, la Sequela, l’amore per il prossimo, meglio ancora il rendersi prossimo altrui. Termine ultimo: l’imitazione di Cristo.
Siate cavalieri della fede.